Affidabilità inquilino: la busta paga non basta più (e forse non è mai bastata)

Nel mercato immobiliare italiano continuiamo a trattare la locazione come una sorella minore della compravendita. Poi guardi i numeri e scopri che ogni anno si firmano circa 1,5 milioni di contratti di affitto. Più del doppio delle compravendite.
Eppure il nodo resta sempre lo stesso: scegliere l’inquilino giusto.
Nel corso della puntata di POPCAST REview, insieme a Gerardo Paterna, Fabrizio Raimondo, fondatore di Domopay, parte da qui. Non dalla tecnologia, ma dal problema.
“Il problema non è trovare l’inquilino. È trovare quello giusto.”
Una frase semplice, ma che spiega perché tanti proprietari tengono immobili vuoti e tante agenzie evitano gli affitti.
Il vero problema delle locazioni non è la domanda, è il rischio
Quando si parla di morosità spesso si scivola nelle percezioni. Raimondo invece riporta il tema su dati concreti: “In Italia ogni anno ci sono circa 40.000 sfratti. Ma quella è solo la punta dell’iceberg.”
Prima dello sfratto c’è tutto il resto: ritardi, pagamenti parziali, mesi scoperti. Situazioni che logorano il rapporto e fanno perdere fiducia al proprietario. Questo ha un effetto diretto sul mercato: meno fiducia significa meno immobili disponibili. E nelle grandi città diventa un problema abitativo reale.
Qui c’è un punto che molti sottovalutano: la gestione del rischio nella locazione non è solo un tema individuale, ma sistemico.
Affidabilità inquilino: perché i metodi tradizionali non funzionano più
Oggi la selezione si basa su tre pilastri: busta paga, referenze e impressione personale. Funzionano? In parte. Ma sono strumenti vecchi.
Raimondo lo dice senza girarci intorno: “La busta paga mostra il reddito, ma non la reale disponibilità economica. E oggi è facilmente falsificabile.”
Il problema non è solo la falsificazione. È proprio il modello di valutazione che è incompleto. Un reddito alto non dice nulla su debiti, impegni finanziari o comportamento nei pagamenti. E soprattutto esclude una fetta crescente di lavoratori: autonomi, freelance, partite IVA.
Risultato? Si seleziona male e si escludono persone valide. E quando mancano criteri oggettivi, entra in gioco il filtro più pericoloso: il pregiudizio.
Open banking locazioni: cosa cambia davvero
Qui entra in gioco il cuore della proposta: usare l’open banking per valutare l’affidabilità inquilino. Tradotto in modo concreto: non chiedi documenti, analizzi dati bancari aggregati autorizzati dall’utente.
“L’inquilino autorizza l’analisi e in due minuti si genera un report con redditi, sostenibilità dell’affitto e storico dei pagamenti.”
I punti chiave sono tre:
– entrate reali, non dichiarate
– sostenibilità dell’affitto rispetto alle spese
– comportamento nei pagamenti nel tempo
A questo si aggiunge uno score di affidabilità basato su modelli già utilizzati nel credito. Qui c’è il passaggio interessante: si porta la logica bancaria dentro la locazione. Non è una novità assoluta. In altri paesi europei è già standard, ma in Italia ancora no. E questo dice molto sul ritardo del settore.
Meno pregiudizi, più dati (ma serve metodo)
Uno degli effetti più sottovalutati è quello culturale. “Quando mancano dati oggettivi, è normale che si usino criteri soggettivi. Anche superficiali.”
Raimondo fa un esempio concreto: un rider straniero, senza busta paga tradizionale, che grazie alla verifica risulta affidabile e diventa un inquilino perfetto. Qui si nasconde una verità scomoda: il mercato della locazione è pieno di esclusioni implicite.
Uno strumento del genere può ridurle, a patto di usarlo bene. Se lo aggiungi ai vecchi documenti diventa solo burocrazia in più. Se lo metti al centro del processo cambia le regole.
Cosa cambia per l’agente immobiliare
Qui il discorso si fa operativo.
Il primo impatto è banale ma potente: il tempo.
“Un processo che richiedeva giorni si riduce a due minuti.” Meno tempo perso in raccolta documenti, più tempo sul cliente.
Il secondo impatto è commerciale: più acquisizioni.
Perché il proprietario ha una paura precisa. Se tu porti una risposta strutturata a quella paura, hai un vantaggio. È gestione del rischio.
Terzo punto, più sottile: la percezione professionale.
Non perché hai uno strumento in più. Ma perché cambi il modo in cui prendi decisioni.
Non è la tecnologia a qualificarti, è il metodo che dimostri.
Il mercato è pronto?
La risposta è già nei fatti.
“In Europa questo tipo di verifica è già diffusa, soprattutto in UK e nei paesi nordici.”
L’Italia arriva dopo. Come spesso accade.
La vera domanda non è se arriverà, ma chi la adotterà prima. E chi resterà ancorato a strumenti che hanno 2000 anni di storia. Chi lavora sugli affitti ha davanti una scelta: continuare a selezionare per intuizione oppure iniziare a misurare.
E questa è una differenza che nel tempo pesa.
La locazione non è un’attività secondaria. È un sistema complesso che richiede metodo. Se continui a trattarla come un’attività accessoria, continuerà a darti problemi accessori, ma continui. Se invece la strutturi, può diventare una leva seria di crescita e relazione.
E a quel punto cambia anche il modo in cui ti posizioni sul mercato.
La busta paga mostra il reddito, ma non la reale disponibilità economica.
Fabrizio Raimondo
FAQ - Affidabilità inquilino: la busta paga non basta più
Tradizionalmente si usano busta paga, referenze e impressione personale. Sono strumenti parziali perché mostrano il reddito, ma non la reale capacità di sostenere l’affitto né il comportamento nei pagamenti nel tempo.
La busta paga indica un reddito lordo, ma non tiene conto di debiti, spese ricorrenti o altri impegni finanziari. Inoltre può essere falsificata e non rappresenta correttamente lavoratori autonomi o partite IVA.
È un sistema che, con il consenso dell’utente, consente di analizzare dati bancari aggregati per valutare entrate, uscite e sostenibilità dell’affitto. Non mostra i dettagli delle singole spese, ma indicatori sintetici utili alla decisione.
Vengono considerati redditi ricorrenti, sostenibilità economica dell’affitto rispetto alle spese, storico dei pagamenti e uno score di affidabilità. I dati sono aggregati e non includono il dettaglio dei movimenti.
Sì, perché vengono utilizzati solo dati aggregati e autorizzati dall’utente. Non vengono analizzate singole transazioni né informazioni sensibili non rilevanti per la valutazione.
Riduce drasticamente i tempi di verifica, migliora la qualità della selezione e offre al proprietario una valutazione più strutturata. Questo può aumentare la credibilità e facilitare l’acquisizione di incarichi.
Sì, perché introduce criteri oggettivi. Quando la valutazione si basa su numeri e comportamenti reali, diminuisce il peso di elementi soggettivi come impressioni personali o stereotipi.
In diversi paesi europei è già utilizzato nella selezione degli inquilini. In Italia è ancora in fase di adozione, ma la direzione è chiara e il suo utilizzo è destinato a crescere.
Sì, perché è un segmento con volumi elevati e margini di sviluppo. Richiede però metodo e strumenti adeguati per gestire il rischio e costruire relazioni nel tempo.
Non è lo strumento in sé, ma la capacità di strutturare un processo di selezione e gestione basato su dati, velocità e chiarezza verso proprietari e inquilini.

Lavoro nell’immobiliare dal 1994. Dopo una lunga esperienza come agente, dal 2016 sono divulgatore a tempo pieno. Collaboro con professionisti e aziende per creare valore attraverso una comunicazione efficace e percepita. Conduco i format video POPCAST REview e icone.



